Presentazione libro: C’È CHI DICE DI NO a Ivrea

Venerdì 3 novembre 2017 – Ore 18

Sede A.N.P.I. IVREA – Via Dora Baltea 1

 Amedeo Cottino presenta

C’È CHI DICE DI NO

Cittadini comuni che hanno rifiutato la violenza del potere

Cari amici, l’Anpi continua la sua attività, mantenendo l’impegno che ci siamo assunti, offrendo occasioni di dialogo e riflessione su vari aspetti della memoria e della cultura politica, sociale, civile.

Ora vi annunciamo un nuovo incontro per presentare un libro del Professor Amedeo Cottino, Ordinario di Sociologia del Diritto all’Università di Torino: “C’è chi dice no. Cittadini comuni che hanno rifiutato la violenza del potere”. E’ possibile opporsi alla violenza? E’ possibile rifiutarla nelle condizioni in cui si trovò l’Europa sotto il giogo nazista durante l’ultima guerra? Cittadini comuni ed interi paesi seppero farlo; altri chinarono semplicemente la testa…

Un tema assai interessante, una lezione per tutti noi, una riflessione sempre valida che vale la pena di fare assieme.

Conduce l’amico Professor Franco di Giorgi.

In questo saggio l’autore delinea una sorta di fenomenologia della coscienza umana in rapporto a una archetipica Scena della Violenza. Questa Scena non è duale, non si regge cioè sulla semplice contrapposizione dialettica bene-male, luce-tenebre, vittima-carnefice. Essa presuppone sempre la medietà di un Terzo, il quale è sempre presente anche quando è di fatto assente e quindi svolge il suo ruolo nell’anonimato.

«L’Esecutore [della Violenza] – inoltre, scrive lo studioso – non è necessariamente un soggetto individuale (..). La violenza può essere esercitata da strutture e cioè da soggetti, per definizione, acefali» (p. 54). Le Vittime, dal canto loro, spesso «ignorano di esserlo». Cottino a tal proposito porta l’esempio eclatante dell’industria dell’amianto in Italia, l’Eternit di Casale Monferrato, o quello della Thyssen Krupp di Torino.

Nella categoria del Terzo rientrano anche delle sotto-categorie, sia dalla parte del carnefice sia da quella della vittima. Dietro al carnefice si nascondono il mandante o i mandanti, i quali perlopiù manovrano dietro le quinte. Dietro alla vittima c’è non solo una sfuggente e defilata schiera di “collaborazionisti” (il Cieco, il Servo, il Pavido, l’Indifferente), ma anche tutta una cultura che ne giustifica e legittima il ruolo. A determinare la varietà delle sotto-categorie all’interno della categoria del Terzo è la capacità di mantenere alta o bassa l’asticella della compassione o della pietà, da cui deriva la possibilità o l’impossibilità di riconoscere la Scena della Violenza.

Una volta riconosciuta, tuttavia, ci sono “uomini comuni” che dicono di sì, che acconsentono ad essa, scegliendo per il male, e “uomini comuni” che, viceversa, dicono di no, scegliendo per il bene. Un tale riconoscimento della Scena archetipica della Violenza può essere individuale o collettivo.

Il riconoscimento collettivo, ad esempio, è quello dei cittadini danesi e francesi che, in virtù di tale presa di coscienza, si sono opposti agli ordini dei nazisti occupanti.

Il riconoscimento individuale presenta una varietà di casi specifici. Claude R. Eatherly: «il pilota che ha guidato il bombardiere nell’attacco atomico a Hiroshima, in cui perirono 200.000 persone» (Introd.); dopo aver preso coscienza dell’Altro all’interno della Scena di Violenza, Eatherly cominciò a «inviare denaro alle organizzazioni dei sopravvissuti al bombardamento» e a denunciare pubblicamente l’«orrore di cui è stato inconsapevolmente complice» (ivi). Il soldato tedesco Joseph Schultz, membro del plotone che nel momento dell’esecuzione ha voluto «condividere il destino dei partigiani jugoslavi condannati a morte» (ivi). Traudl Junge, la segretaria personale di Hitler che – al contrario dei fratelli Scholl – «abbagliat[a] dalle luci del potere, si rifiutò ostinatamente di vederne le ombre» (p. 103). Hans Fallada, lo scrittore tedesco che, pur non riuscendo ad opporsi alle richieste del nazismo, alla fine, dopo la guerra – al contrario di Martin Heidegger – prese coscienza della brutalità di quel regime dittatoriale. Shlomo Venezia, l’ebreo italiano che lavorò all’interno di uno dei crematori di Auschwitz, e che, pur essendo ben consapevole della mostruosità del suo ruolo all’interno del Sonderkommando, in qualche maniera, per quanto gli era possibile fare all’interno di quel luogo infernale, si opponeva a quella Violenza pura.

A cura del professor Franco Di Giorgi

Amedeo Cottino, “C’è chi dice di no. Cittadini comuni che hanno rifiutato la violenza del potere” (Zambon Editore, 2015, pp. 191).

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