Discorso Commemorazione eccidio del Pian del Lot

Il 2 aprile come ogni anno si è tenuta la commemorazione dell'eccidio del Pian del Lot A nome delle Associazioni della Resistenza ha tenuto l'orazione ufficiale che qui si riporta Nicola Adduci, studioso dell'Istoreto.     Discorso commemorativo Pian del Lot 2 aprile 2019 Vorrei iniziare rivolgendo il mio saluto alle autorità civili e militari, ai parenti dei caduti, agli studenti con i loro insegnanti e ai cittadini qui presenti, così come saluto e ringrazio la Città di Torino e le associazioni partigiane per l’invito a tenere la commemorazione di quest’anno. Settantacinque anni fa, in questo luogo, da poche ore erano stati uccisi a colpi di mitraglia e di pistola 27 uomini di età compresa fra i 18 e i 35 anni: si trattava di partigiani e di civili, prelevati all'alba dalle Carceri Nuove dopo essere stati condannati a morte a loro insaputa. Tre giorni prima, un caporale tedesco della Flak era stato ucciso dalla Resistenza sul ponte Umberto I e i tedeschi avevano deciso di eseguire una rappresaglia pesantissima: quella che sarebbe stata la più sanguinosa delle stragi avvenute sul territorio di Torino e - fatte le dovute proporzioni - ancora più sanguinosa di quella compiuta solo dieci giorni prima alle Fosse Ardeatine, a Roma. Qui, al Pian del Lot infatti, vi furono ben ventisette fucilati per un solo tedesco ucciso. Di loro, oggi sappiamo molte cose: il nome di quasi tutti, le storie individuali, il lavoro, il giro di amici che frequentavano, i legami affettivi che li univano ad altri, le circostanze in cui erano caduti nelle mani dei tedeschi e dei fascisti, possiamo immaginare le speranze e i desideri per il futuro che li animavano, così come animano ciascuno di noi. Tutti loro erano accomunati da un elemento su cui vorrei brevemente riflettere questa mattina: la scelta. In quel contesto di oppressione e di sofferenza, la comunità fece la propria scelta negando ogni collaborazione e ciò rese i fascisti degli estranei, degli stranieri proprio come i tedeschi. Gli uomini e le donne della Resistenza fecero una scelta, chi imbracciando le armi, chi sabotando, chi fornendo informazioni. E anche questi caduti, in larghissima parte ragazzi, fecero in quel momento una scelta in cui non c'era spazio per vivere la propria condizione di giovani, che si caratterizza per la spensieratezza, il ballo, il cinema, le uscite con gli amici, le ragazze, la ricerca dell'indipendenza economica... Ecco il senso più ampio della parola “sacrificio” che spesso usiamo associandolo solo alla tragica conclusione della loro esistenza. Lo storico Claudio Pavone ci ricorda che questo aspetto fu un momento fondamentale nella maturazione individuale di ognuno e non solo di chi imbracciava le armi; non era affatto scontato che i giovani, questi giovani, decidessero di lottare e di resistere ai tedeschi e ai fascisti. E il valore morale di tale scelta appariva dalla consapevolezza che per porre fine alle violenze, alle atrocità, ai bombardamenti, alle deportazioni, alla fame, la posta in gioco non poteva che essere la vita. Questa maturazione risulta oggi ancora più sorprendente se consideriamo che questi ragazzi erano cresciuti dentro il regime fascista e in famiglie che spesso – per prudenza – non manifestavano neppure in casa il proprio pensiero, tanto meno in presenza di bambini che ingenuamente avrebbero potuto lasciarsi sfuggire qualcosa a scuola o in altre occasioni pubbliche in cui i fascisti erano presenti. Tutt'al più, da bambini, potevano intuire istintivamente che i contatti col fascismo non erano incoraggiati. Ma nulla di più. Nelle fabbriche, invece, l'insofferenza degli operai era meno implicita. Dopo l'8 settembre era venuto maturando sempre più in forma diffusa il desiderio di farla finita con quella situazione. Gli scioperi del marzo 1944 erano stati un segnale che era andato oltre ogni aspettativa. La più grande azione di protesta nell'Europa occupata dai nazisti. Si erano poi via via intensificate relazioni e forme di collegamento con la Resistenza che si erano rivelate decisive nell'inverno 1944-45, con il salvataggio di numerosi giovani resistenti, proprio grazie agli operai-partigiani delle Squadre d'azione patriottica che avevano nascosto dentro gli stabilimenti quanti erano costretti ad abbandonare la lotta sui monti a causa della difficile situazione venuta a crearsi in quei mesi. All'interno di questa dimensione di scelta, quelli che ora ci appaiono solo come 27 nomi su una lapide assumono un significato più profondo: i cinque amici della cricca del Moro, abitanti a Madonna di Campagna e Borgo Vittoria, che insieme avevano scelto di salire in montagna e insieme vennero catturati nel corso del primo pesante rastrellamento operato dai tedeschi in Val di Lanzo. E con loro altri due compagni più anziani presi nelle medesime circostanze. I quattro giovani partigiani di Bibiana, sfiniti, sorpresi addormentati nel pieno dei rastrellamenti nella Val Pellice, arrestati e fucilati: tre al Pian del Lot e uno pochi giorni dopo a Caluso. Gli otto giovani combattenti catturati sempre in Val Pellice dopo un'accanita resistenza. Il giovane diciottenne delle Sap, abitante al Lingotto, arrestato in piazza Carignano mentre insieme alla sua ragazza stava andando a comprare un regalo per il compleanno della sorella. Un operaio originario di Biella e tre fratelli ferraioli di Orbassano, quattro civili appartenenti a quella comunità che aveva operato una precisa scelta di libertà e contro cui i fascisti e i tedeschi scatenarono una vera e propria guerra. E infine ci sono ancora quattro caduti senza nome (forse due di questi si chiamavano Papurello e Capacchione). In questi anni è stato condotto un lavoro meticoloso e difficile per dare a tutti un'identità, ottenendo anche dei risultati insperati con l'identificazione di tre dei sette sconosciuti avvenuta una decina di anni fa. I tedeschi in fuga distrussero tutti i registri e i documenti non solo per cancellare le prove dei crimini commessi ma in un certo senso anche per uccidere il ricordo stesso delle persone ammazzate. Nel caso del Pian del Lot la fossa comune doveva restare segreta; ai familiari che chiedevano notizie avevano detto infatti che i loro cari erano stati trasferiti in Germania. Era una bugia. Il massacro era già avvenuto. A questi “eroi normali”, con pregi e difetti, coraggio e paura, secondo quanto ricordava Alessandro Galante Garrone invitando a non cadere nella retorica dei partigiani invincibili e perfetti, noi dobbiamo la nostra libertà. I diversi luoghi di nascita dei caduti sembrano raccontare in controluce anche un’altra storia, una storia sociale che si intreccia alla Resistenza e fatta di immigrazione e di povertà, di altre scelte ancora dunque. Simbolicamente, tutto ciò confluì qui al Pian del Lot. Il Piemonte dei paesi di pianura, delle vallate, delle città industriali: Bagnolo, Bibiana, Biella, Campiglione Fenile, Carignano, Morano Po, Orbassano, Torino, Trino Vercellese e quelle parti d’Italia terre di tradizionale immigrazione in passato verso la nostra regione: Agira (EN), Cavarzere (VE), Ferrara, San Severo (FG), Sarzana, (SP), Senarbì (CA), Stienta (RO). Oggi, da questo aspetto possiamo forse trarre una nuova lezione di libertà e di civiltà. In loro memoria li ricordiamo con il nome di battaglia scelto o anche con il soprannome dato in famiglia: ci restituiscono un’immagine spensierata e avventurosa dei caduti: Max, Tenente, Zanzara, Olao, Cavallino Bianco, Lupo, Alpinot, Lisa, Micron, Piola, Visconti, Bruno, Mario, Sergio, Antonio, Aldo, Benvenuto, Prezzemolo, Cerfojet e tutti gli altri

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