Coronavirus, il partigiano Carlo Smuraglia: «Affrontare il virus è come camminare in guerra tra le mine»

Pubblichiamo l’intervista fatta da Simona Romanò pubblicata su Leggo di mercoledì 25 marzo 2020 del nostro Presidente emerito Carlo Smuraglia.

«È come combattere una guerra che ci mette tutti sullo stesso livello, perché il coronavirus a modo suo è democratico. Tutti abbiamo una spada di Damocle sopra la testa e tutti abbiamo gli stessi obblighi». Carlo Smuraglia, presidente emerito dell’Anpi, avvocato, professore, parlamentare, 97 anni ad agosto, vive a Milano, nella Regione più flagellata dal Covid 19. Nel 1944 era un volontario al fianco dell’8ª Armata britannica, nel gruppo di combattimento Cremona. «Risalivamo l’Italia liberandola dai tedeschi» ricorda. E il flash tra quell’Italia straziata dalla guerra e questa attaccata dal Covid 19 è immediato.
Trova analogie tra l’epidemia e le sue esperienze nell’Italia stravolta dalla guerra?
«Si, anche se contro il virus è una guerra atipica. Ora si combatte contro un nemico invisibile che ci spara addosso senza che ce ne rendiamo conto, fa molte vittime, e non sappiamo bene con quali strumenti fronteggiarlo. Mi ricordo un episodio preciso».
Quale?
«Ci misero in una pineta piena di mine che dovevamo cercare con una specie di aspirapolvere. Se battendo il terreno sentivamo un certo rumore dovevamo dare l’allarme. Mentre dall’altra parte della pineta, fra gli alberi, c’erano i tedeschi che ci sparavano. Lì ho conosciuto la paura vera perché il nemico non le vedevi. Potevi prenderti una pallottola o saltare per aria a ogni passo. Oggi c’è lo stesso senso di ignoto e di incertezza, però almeno non mancano le medicine o il cibo».
Lei ha paura di ammalarsi?
«La considero un’eventualità che può capitare a me come a tutti. Sono certamente preoccupato perché ho una certa età, sto attento e prendo tutte le precauzioni. Ma la prendo con filosofia. Sa perché fatico ad addormentarmi la notte?».
Dica.
«Perché, per esempio, non riesco a vedere la mia nipotina di cinque anni: abita vicino a me, ma è meglio stare per un po’ lontani. Penso al suo futuro e vorrei che non vivesse momenti di dolore come questo».
Come trascorre le giornate?
«Lavorando, leggendo e ascoltando musica. Insieme a mia moglie Enrica. Siamo sposati dal 1961 ed è la mia preziosa compagna di vita, infatti, se ho avuto un minimo di successo nella mia vita lo devo certamente, per buona parte, a lei. Ora stiamo a casa, un pochino annoiandoci insieme, ma organizzandoci la giornata fra la musica classica, la lettura, la televisione che ci interessa».
È anche un’occasione per riflettere?
«Sul futuro. Credo che ne usciremo più consapevoli della relatività della nostra esistenza, perché di fronte al coronavirus siamo diventati piccoli. E più solidali, perché è una vicenda che stiamo vivendo tutti insieme. Ora non c’è posto per l’odio, c’è solo la voglia di contattare le persone alle quali si è in qualche modo legati. E così scopriamo quelle che vogliamo davvero vicino a noi».
E il futuro?
«Alla fine dovremo vivere una realtà nuova, con nuovi strumenti. Tanti avranno perso i propri e la crisi economica creerà problemi sociali».

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