Settantasette anni fa l’eccidio del Martinetto

La sezione “Eusebio Giambone” di Torino ricorda così l’eccidio del Martinetto.
Il Comitato provinciale condivide.
 
 
Settantasette anni fa l’eccidio del Martinetto
 

 

Il sacrario del Martinetto

Qui caddero fucilati dai fascisti i martiri della Resistenza Piemontese. La loro morte salvò la vita e l’onore d’Italia. 1943-1945“. Ventuno parole e due date scolpite sulla lapide posta al centro del Sacrario del Martinetto, in corso Svizzera all’angolo con corso Appio Claudio, nella zona Campidoglio della IV circoscrizione di Torino. In una città dove una parte rilevante della toponomastica è dedicata al ricordo della Resistenza antifascista uno dei luoghi più simbolici che in un certo senso riassume tutta la storia dei venti mesi della lotta partigiana e dell’opposizione al fascismo durante il ventennio della dittatura è senz’altro l’ex poligono di tiro scelto dai repubblichini dopo l’8 settembre del ‘43 come luogo d’esecuzione delle sentenze capitali. Al Martinetto, in quei venti mesi ribelli di ferro e di fuoco, vennero fucilati sessantuno partigiani e resistenti piemontesi tra i quali gli otto membri del comitato regionale militare piemontese della Resistenza. L’esecuzione avvenne il 5 aprile del 1944, esattamente 77 anni fa. Quel giorno le vite di Franco Balbis, Quinto Bevilacqua, Giulio Biglieri, Paolo Braccini, Errico Giachino, Eusebio Giambone, Massimino Montano e Giuseppe Perotti furono stroncate dalle scariche di fucileria della Guardia Nazionale Repubblicana. Il 5 aprile di ogni anno la Città di Torino, le istituzioni e associazioni democratiche li ricordano insieme a tutti gli altri antifascisti i cui nomi sono riportati sulla lapide dedicata “Ai nuovi martiri della libertà”, collocata nel recinto delle fucilazioni, unica parte sopravvissuta del grande poligono di tiro.

 

 

La lapide ai “nuovi martiri della Libertà”

La celebrazione del Martinetto è un appuntamento fisso nel calendario della memoria da quando vi si tenne la prima commemorazione, pochi giorni dopo la Liberazione. Un evento importantissimo che, seppur fortemente condizionato anche quest’anno dall’emergenza epidemiologica da COVID-19, resta ben presente nel cuore e nella mente dei torinesi.

 

 

Stele al Martinetto

L’arresto del Comitato militare regionale piemontese

Qualche giorno prima di quel tragico mercoledì d’aprile del ‘44 la resistenza piemontese aveva subito un durissimo colpo con la cattura di quasi tutti i componenti del Comitato Regionale Militare Piemontese. Il Comitato militare regionale piemontese (Cmrp) era stato costituito nella clandestinità a Torino nell’ottobre del 1943, inizialmente come organismo tecnico-consultivo dell’organismo di direzione politica della resistenza piemontese, il Clnrp (Comitato di liberazione nazionale regionale piemontese), con il compito di organizzare e coordinare l’azione delle bande partigiane già formatesi nelle vallate della regione. Vi fecero parte i rappresentanti dei partiti antifascisti: l’operaio Eusebio Giambone per il Partito comunista, Leo De Benedetti per il Partito d’azione (sostituito due mesi dopo dal professor Paolo Braccini), l’avvocato Renato Martorelli per il Partito socialista (sostituito poi dal medico Corrado Bonfantini), l’avvocato Valdo Fusi per la Democrazia cristiana, l’avvocato Cornelio Brosio per il Partito liberale. Accanto ad essi un gruppo di ufficiali effettivi: il colonnello Giuseppe Ratti, il capitano Franco Balbis, i maggiori Lorenzo Pezzetti e Ferdinando Creonti, i generali Giuseppe Perotti e Raffaello Operti, il tenente di complemento Silvio Geuna. Dalla fine del gennaio 1944 Perotti divenne il coordinatore del Comitato. Nel mese di marzo, con l’intensificarsi della azione antipartigiana da parte di tedeschi e fascisti, il Comitato subì numerose perdite e arresti tra i suoi membri. Già il 4 febbraio Pezzetti fu ucciso dai fascisti in via Camerana; Errico Giachino, organizzatore delle squadre cittadine per il partito socialista, fu arrestato il 14 marzo; il 27 la stessa sorte toccò a Quinto Bevilacqua, segretario della federazione del Psi clandestino, e a Giulio Biglieri, azionista. Il 29 furono catturati due ispettori del Comitato, i tenenti colonnello Giuseppe Giraudo e Gustavo Leporati, insieme al tenente Massimo Montano. La cattura del nuovo rappresentante del Psi Pietro Carlando consentì alla polizia fascista di acquisire numerose informazioni, attraverso il sequestro di documenti e di arrestare il 31 marzo nella sacrestia del Duomo in piazza San Giovanni l’intero Comitato: Perotti, Geuna, Giambone, Fusi, Braccini, Balbis e Brosio, vennero prima condotti in Questura (con una quarantina di cittadini rastrellati nelle vie adiacenti), interrogati e a mezzanotte del 1° aprile rinchiusi alle Carceri Nuove.

 

Il processo, la condanna e l’esecuzione

Il processo del Tribunale speciale contro di loro e contro gli arrestati nei giorni precedenti venne istruito in gran fretta. Mussolini in persona aveva ordinato di chiudere rapidamente e in modo esemplare la vicenda, per dimostrare all’alleato tedesco l’efficienza repressiva della Repubblica sociale. Il 2 aprile, domenica delle Palme, si tenne la prima udienza al Palazzo di Giustizia, nell’aula della Corte d’assise ordinaria, alla presenza dei massimi vertici fascisti, tra cui il ministro dell’Interno Buffarini Guidi, il prefetto Zerbino e il federale Solaro. Nonostante i tentativi di trattativa messi immediatamente in atto dal Cln, la mattina del 3 aprile, dopo una seconda udienza, il tribunale pronunciò il suo verdetto: la condanna a morte per Balbis, Bevilacqua, Biglieri, Braccini, Giachino, Giambone, Montano e Perotti; la pena dell’ergastolo per Carlando, Geuna, Giraudo e Leporati; due anni di carcere a Brosio e l’assoluzione per insufficienza di prove per Chignoli e Fusi. Verso le sei di mercoledì 5 aprile gli otto condannati furono condotti al poligono e lì vennero fucilati, affrontando il plotone d’esecuzione con grande dignità e coraggio, come ricordò padre Carlo Masera, il missionario della Consolata che li assisté sino alla morte. Poche ore prima di morire Eusebio Giambone, alla cui memoria è dedicata la nostra sezione dell’Anpi, scrisse alla moglie: “Fra poche ore io certamente non sarò più, ma sta pur certa che sarò calmo e tranquillo di fronte al plotone di esecuzione come lo sono attualmente, (…)come lo fui alla lettura della sentenza, perché sapevo già all’inizio di questo simulacro di processo che la conclusione sarebbe stata la condanna a morte. Sono così tranquilli coloro che ci hanno condannati? Certamente no! Essi credono con le nostre condanne di arrestare il corso della storia. Si sbagliano! Nulla arresterà il trionfo del nostro Ideale,essi pensano forse di arrestare la schiera di innumerevoli combattenti della Libertà con il terrore? Essi si sbagliano!“. Una prova di lucido coraggio e fortissima tensione ideale.

 

Il luogo – simbolo del Martinetto

Il sacrario del Martinetto da allora è diventato il luogo-simbolo della Resistenza torinese e la celebrazione del 5 aprile è entrata a far parte del calendario civile della città e del Paese. La lapide che ricorda i martiri venne scoperta con una solenne cerimonia l’8 luglio 1945, alla quale presero parte il cardinal Maurilio Fossati, l’allora ministro Giuseppe Romita, il sindaco Giovanni Roveda e il presidente del Cln regionale piemontese Franco Antonicelli che ricordò la decisione del Clnrp, presa ancora nella clandestinità, di costituire il luogo in sacrario. In quel memorabile intervento Antonicelli disse: “Le generazioni nostre hanno creduto a lungo che l’età dei martirii fosse conclusa per sempre nella nostra storia e nella storia civile del mondo. Invece, col dramma della libertà, si è riaperta la serie dei grandi olocausti e delle solenni testimonianze. E così abbiamo compreso che per la nostra esperienza di uomini tutto va riedificato: l’amore e il dolore, la colpa e il riscatto, l’infamia e la purezza, l’arco di trionfo e il Martinetto. […] Io leggo l’elenco, non ancora forse completo, dei 61 martiri, e vedo, l’uno dopo l’altro, tra il 16 gennaio 1944 e il 15 aprile 1945 succedersi un operaio e un impiegato, un artigiano e un ingegnere, un geometra e un bibliotecario, uno studente e un professore d’Università, un generale e un sottufficiale, un soldato e un partigiano. Ma partigiani tutti; tutti degni di quel nome che da noi va adoperato non come tessera di privilegi ma come titolo di onore, quel nome – e quella realtà – che per noi è la maggiore, la più straordinaria realtà di questa nostra veramente sacra e veramente civile guerra italiana”.

 

A cura di Marco Travaglini

Fonti storiche:

  • Torino 1938-1945. Luoghi,memoria
  • Museo Torino

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